Il fumetto come racconto del mondo

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[Il graphic journalism più che una teoria, una tendenza o una scuola, è una pratica adottata dagli autori e dalla loro passione nel raccontare le storie del mondo. Infatti il graphic reporter è sempre pronto a raccogliere quante più testimonianze possibile sull’oggetto della sua ricerca. È quanto accade, ad esempio, nell’opera di Joe Sacco, di Aleksandar Zograf e di Igort, autori profondamente diversi tra loro, ma accomunati dall’interesse verso quei luoghi, quelle situazioni, quelle zone d’ombra, cui la cronaca presta un’attenzione alquanto superficiale. In Italia la casa editrice padovana BeccoGiallo si è fatta portatrice di un progetto di fumetto civile, con numerosi graphic novels dedicati alla nera italiana, alla cronaca storica, alle biografie e a lavori d’inchiesta sul mondo dei migranti.]

Questo saggio è uscito sul numero 2 di «Lettera Zero».

Il graphic journalism è una forma di giornalismo che si avvale delle potenzialità narrative e della forza visiva del fumetto. Sotto questa voce vengono rubricati graphic novels, in cui l’oggetto della narrazione non è la finzione, ma la cronaca di avvenimenti legati all’attualità e alla particolare situazione socio-politica di questo o quel paese, la ricostruzione di eventi controversi della storia più recente, resoconti di viaggio, biografie e battaglie di impegno civile. Può essere considerato il corrispettivo su carta stampata o in versione e-book di quello che nel cinema è il cosiddetto «documentario di creazione», cioè quel documentario dove la veridicità del racconto è sottolineata e rafforzata dalla manipolazione narrativa (Porcelli 2012, p. 35). Comunque più che una teoria, una tendenza o una scuola, il giornalismo disegnato, che ormai vanta anche riviste specializzate cartacee e/o digitali (in Francia c’è La reveu dessinée, cui collaborano Mattotti, Igort, Fior, solo per citare alcuni, in USA Cartoon Movement, promosso dal cartoonist Matt Bors), è – come è stato osservato – «una pratica», spesso suggerita dalle circostanze o «adottata istintivamente» dall’autore (Plazzi 2012, p. 12).

Anche se non mancano importanti precedenti, peraltro nostrani, come Nicaragua di Riccardo Mannelli, uscito nel 1985, reportage grafico sulla rivoluzione sandinista, frutto di un soggiorno di tre mesi dell’autore tra il 1982 e il 1983 nello stato centroamericano, o il supplemento di «Linus» «AVAJ», uscito tra il marzo e il settembre del 1988, dove i suoi fondatori Angese, Vincino, Pazienza e Fo (il titolo della pubblicazione è appunto l’acronimo dei loro nomi) pubblicavano i racconti a fumetti dei loro viaggi, è indubbio che il graphic journalism ha avuto un input decisivo ed una sorta di ‘legittimazione’ in seguito al successo planetario di Joe Sacco e del Palestina. Una nazione occupata (1993-95), vincitore dell’American Book Award del 1996. Qui l’autore documenta con le sue tavole la morte, la violenza, il terrore che dominano i campi profughi palestinesi da lui visitati nell’inverno 1991-92. Invece in un altro famoso lavoro di Sacco, Gaza 1956. Note ai margini della storia (2009), il soggiorno a Rafah offre all’autore lo spunto per indagare su due fatti, relegati ai margini della storia, quando – siamo nel pieno della guerra del Sinai, anche nota come Crisi di Suez – uomini tra i 15 e i 60 anni circa, residenti nei campi profughi di Khan Younis e Rafah sarebbero rimasti vittima di atti di violenza o di fucilazioni di massa: massacri premeditati o tragici errori? Dal canto suo, Goradze area protetta (2006) è il resoconto disegnato dei quattro mesi trascorsi da Sacco in Bosnia tra il 1995 e il 1996 – quindi negli anni della guerra nella ex Jugoslavia – in particolare nella enclave musulmana di Goradze.

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«I disegni – ha dichiarato Sacco in una recente intervista – sono in grado di ricreare l’atmosfera di un posto, la sensazione di esserci. Se uno scrittore sottolinea troppe volte che un luogo è coperto di fango finisce per essere pedante. Ma se nei disegni il fango è sempre lì, come sfondo di ogni vignetta, ecco che il lettore ha esattamente il senso del luogo che sto cercando di raccontare. Inoltre il disegno parla una lingua comprensibile da tutti: spesso ho usato i miei primi libri per conquistare la fiducia di gente che volevo intervistare. Se mi fossi presentato con un articolo di giornale non sarebbe servito a molto» (Sacco e Della Seta 2015, p. 18).

Orgoglioso della propria faziosità («Disegno il mio punto, non qualcosa di obiettivo»), il giornalista-cartoonist, nato a Malta, cresciuto in Australia e attualmente residente in Oregon, nelle sue inchieste fornisce sempre al lettore riferimenti storici, geografici e culturali precisi, snocciola dati statistici e riporta in appendice un ampio repertorio bibliografico. In altre parole, delinea minuziosamente la cornice storica e geopolitica all’interno della quale muove la sua ricerca, di cui fornisce in prima persona tutti i dettagli. Come Michael Moore nei suoi film – ma decisamente meno ingombrante e saccente – il Sacco personaggio si presenta come un reporter corpulento, a volte goffo e confuso, ma sempre curioso nei confronti delle culture che non conosce e molto attento nell’ascoltare le testimonianze delle persone da lui intervistate, con le quali stabilisce rapporti di amicizia e fiducia, sanciti da numerosi momenti conviviali (le sbronze e le abbuffate non sono rare nei suoi reportage). E le tavole seguono l’andamento del racconto: quando a dominare sono il caos e la violenza ecco scomparire la divisione in vignette, presente laddove la narrazione è lineare, articolata e ricca di dettagli. Analogamente il disegno di Sacco nella raffigurazione dei volti vira verso un marcato espressionismo fortemente chiaroscurato – grandi bocche, grandi sorrisi e grandi occhi – con inquadrature spesso distorte, mentre nella descrizione dei luoghi si caratterizza per un minuzioso realismo. Si pensi al paesaggio palestinese delle città di Gerusalemme, Nablus, Hebron, Ramallah, ma anche, e soprattutto, a quello dei campi profughi, pieni di gente (densità altissime di popolazione in pochi chilometri quadrati), privi di servizi igienici, segnati da strade infangate e tortuose e da sentieri labirintici che solo chi vive lì da tutta una vita ha imparato a conoscere. O si pensi all’enclave bosniaca di Goradze nel mezzo dei territori occupati dai serbi, terra di nessuno, facile preda di incursioni nemiche, i cui abitanti amano condividere le proprie esperienze e i propri drammi con gli stranieri, in particolare con i giornalisti, unico contatto con il modo esterno. O ancora, passando ai reportage brevi, all’India, in cui la vita degli appartenenti alle caste più basse è segnata dalla superstizione, o ai profughi provenienti dall’Africa subsahariana che approdano sulle coste di Malta.

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Con La grande guerra Sacco offre un altro saggio del suo grande talento grafico, storico e giornalistico. In questo suo nuovo libro egli sceglie di raccontare il primo giorno della terribile Battaglia della Somme (1 luglio 1916), in cui persero la vita quasi 20 mila britannici in un solo giorno, utilizzando un formato del tutto originale: un’unica, lunghissima, tavola (24 tavole singole continue ripiegate a soffietto come libro) senza parole, 7 metri di panoramica disegnata con un efficace bianco e nero dai chiaroscuri tratteggiati. Dunque, una sorta di piano sequenza fumettistico, ispirato all’arazzo di Bayeux o arazzo della regina Matilde, realizzato in Normandia in Inghilterra nella seconda metà dell’XI secolo, un tessuto ricamato, che descrive per immagini gli avvenimenti chiave relativi alla conquista normanna dell’Inghilterra del 1066, come la battaglia di Hastings.

Frutto di un accuratissimo lavoro di ricerca – Sacco attraverso foto d’epoca ha studiato nel dettaglio le condizioni di vita dei soldati – la narrazione inizia dal quartier generale di Lord Douglas Haig, l’unico individuo chiaramente connotato, con il rito quotidiano della passeggiata nelle retrovie, per poi descrivere con perizia di dettagli la tecnologia bellica dell’epoca, metafora della modernità. La tavola spazia sia geograficamente che nel tempo. Si passa senza soluzione di continuità dalle trincee labirintiche ai crateri di esplosioni, scenario in cui si muove una imponente massa umana condannata al massacro, che dapprima ci viene incontro marciando, i volti che sorridono al fotografo, poi sciama e si frantuma nel campo di battaglia.

«L’esercito – scrive Sacco nella sua Nota d’autore – era un singolo organismo, composto da centinaia di migliaia di uomini in gran parte entusiasti, impegnato ad aprire una strada per trasportare una grande porzione di sé lungo un trampolino sospeso sul futuro e ad avanzare verso obiettivi fissati secondo un programma predeterminato» (Sacco 2014, p. 2).

La combinazione di narrativa e reportage in cui l’autore è completamente immerso nella realtà che si trova a descrivere, spicca nei lavori di Aleksandar Zograf, pseudonimo di Saša Rakezic (col suo vero nome firma gli articoli giornalistici, per così dire, canonici), il quale in Diario (1996) e Lettere dalla Ser­bia. Un fumettista sotto le bombe (1999) ha raccolto e illustrato le lettere da lui indirizzate ai suoi amici dopo l’inizio degli attacchi NATO alla Serbia. Tuttavia più che alla narrazione dei fatti, Zograf è attratto dalla dimensione assurda e grottesca che spesso li avvolge. In particolare, è interessato alla dimensione del sogno e ai meccanismi che regolano l’esperienza del sonno nelle sue espressioni più visive: da qui la scelta di un tratto underground alla Robert Crumb e il lavoro sulle suggestioni dei sogni e sulle figure nate nel cosiddetto stato ipnagogico, quella fase di transizione dalla veglia al sonno (non a caso, Zograf ha curato la rivista autoprodotta «Hypnagogic State» e con Bob Kathman, la raccolta Flock of Dreamers, an Anthology of Dream Inspired Comics, per l’americana Kitchen Sink Press nel 1997). La visionarietà caratterizza anche i reportage di viaggio di Zograf successivi alla guerra: nel dittico Storie in giro per lo spaziotempo (2010) e Segnali (2011), editi da Coconino/Fandango, i luoghi e le città visitate (dalla Serbia alla Bulgaria, dalla Germania al Portogallo all’Italia), gli oggetti e le foto scovate nei mercatini dell’usato, gli incontri con la gente comune e con gli intellettuali, generano short stories, che si sviluppano nell’arco di due tavole, dove la cronaca e la storia si fondono con l’immaginazione, illuminando di una luce nuova la realtà descritta. Invece il canadese Guy Delisle, autore di travelogues disegnati, come Pyongyang (2003), Cronache birmane (2008) e Cronache da Gerusalemme (premiato al Festival di Angoulême 2012), è il racconto di un anno, il 2008, trascorso in Terra Santa, dove ha seguito la compagna Nadège che lavora per Medici senza Frontiere), col suo disegno fortemente stilizzato, proprio del fumetto umoristico descrive gli ‘elementi periferici’ – dagli strati più umili della popolazione agli aspetti più reconditi del paesaggio – dei luoghi che si trova a visitare. Delisle non si presenta al lettore come un reporter, ma come un viaggiatore curioso, mosso da uno sguardo puro, non condizionato da letture preparatorie e da programmi prestabiliti.

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«Un reportage disegnato». Così recita il piccolo occhiello che campeggia sulla copertina dei due Quaderni che Igort ha dedicato ai paesi dell’ex Unione Sovietica, risultato di quasi due anni trascorsi tra Ucraina, Russia e Siberia, dove il cartoonist sardo ha raccolto le testimonianze di quanti, scampati ad un passato terribile, si ritrovano con il fronteggiare un presente ancora più incerto. Strutturato in brevi capitoli, Quaderni ucraini. Memorie dai tempi dell’URSS (2010) cerca di rispondere alla domanda che campeggia fin dalla prima tavola: «Come è stata la vita durante e dopo il comunismo da queste parti?» (Igort 2010, p. 9). È questo il punto di partenza di un viaggio nella memoria collettiva di un popolo completamente riscritta e rielaborata dall’autore: «Ho teso l’orecchio ad ascoltare le storie e ho deciso di disegnarle. Semplicemente non ce la facevo a tenermele dentro, neppure io. Sono storie vere, di persone incontrate casualmente, per strada, cui è toccato in sorte di nascere e vivere stretti nell’abbraccio della cortina di ferro» (Igort 2010, p. 20). Dunque un viaggio nel passato attraverso vite esemplari, attraverso le vite di chi ha vissuto la dominazione nazista ed ha attraversato il comunismo. Ogni testimonianza è disegnata su tavole a colori con fondo ingiallito, divise in tre strisce composte da due o da una vignetta. Così leggiamo della violenza del regime, della desolazione e della solitudine dei poveri, come Serafina Andreyevna, nata nel 1928, che racconta come durante la carestia «il pane si faceva con il fieno» e il foraggio veniva usato anche per le polpette; degli uomini che uscivano di notte nei boschi per cercare radici; dei bambini restavano chiusi in casa per sfuggire ad atti di cannibalismo. Tra una storia e l’altra, raccontata dalla voce dei protagonisti (ogni intervista riporta alla fine la data della registrazione), Igort colloca pagine con schizzi in bianco e nero di varia grandezza, accompagnati da dati statistici e da annotazioni storiche, a creare un’alternanza tra il racconto immediato, soggettivo ed emotivo, e la freddezza e il rigore dei dati storici. Ecco cosa ha dichiarato Igort a chi gli chiede come sia cambiata oggi la percezione dell’Ucraina:

«L’Ucraina è un paese sovrano, decide il proprio destino da sola. Ci ho vissuto per circa due anni. Gli ucraini sono alla fame, la politica degli oligarchi, qualche volta dei pupi del Cremlino come nel caso di Yanukovich, non ha portato a grandi risultati se non alla rovina. Io conosco le condizioni disumane in cui le persone vivono. Stipendi di 90 euro, il costo della vita che sale ai livelli europei. Oggi in Ucraina se non hai un orto muori di fame. Se non hai i danari per comprare il carbone muori di freddo. C’è esasperazione. E’ questo che ha portato al tentativo disperato di piazza Maidan, il desiderio di provare a cambiare. Non so se questo cambiamento potrà salvarli. So che hanno il diritto di provarci. La Russia è anacronistica nella sua visione di politica estera. Un monumento fatiscente di quello che fu. Grosso e ingombrante, lentissimo e corrotto, un Paese in cui la libertà di espressione è punita con il carcere duro, la Siberia, o, come nel caso dei tanti giornalisti assassinati, con la morte. La macchina militare oggi ha invaso un Paese straniero come l’Ucraina. Sotto gli occhi di tutti noi. I ragazzi russi muoiono sul campo di battaglia. A centinaia. I loro corpi abbandonati in terra straniera. Le madri russe in rivolta a causa di questo. E il fatto che noi facciamo finta di niente, oggi che i media permettono la circolazione della notizie in tempo reale, evidenzia l’ipocrisia dell’occidente. Noi sappiamo benissimo, solo che preferiamo voltare la testa dall’altra parte. Come per la Cecenia qualche anno fa, o come per la Nigeria in questi giorni» (Igort 2015).

Il secondo volume della bilogia russa di Igort, Quaderni russi. La guerra dimenticata del Caucaso (2011) inizia con una pagina seppiata. Su di essa campeggiano una Makarov IZH con silenziatore – il modello di pistola con cui il 7 ottobre 2006 fu freddata all’ingresso della sua abitazione moscovita, la giornalista Anna Politkovskaja, la quale pagò, come è noto, con la vita le sue inchieste sui crimini di guerra russi in Cecenia – e un breve testo – sette righe – in cui spicca il termine democratura, neologismo con cui i sovietologici hanno designato la democrazia autoritaria putiniana. Ed è proprio dalla casa della giornalista, davanti all’ascensore in cui fu uccisa (alle cui pareti qualcuno ha dipinto dei fregi natalizi, «rozzamente, alla bell’e meglio», forse «si è voluto coprire il ricordo di quelle macchie di sangue»: p. 18) che inizia il secondo tour grafico di Igort nello spazio e nel tempo. Anche in questo libro l’autore incontra persone, raccoglie storie, documenti e dossier su una guerra atroce, nascosta e dimenticata, e cerca di andare alla radice del conflitto ceceno, un conflitto vecchio ormai di quattro secoli. E l’idea che nelle esperienze delle figure più importanti della storia di un popolo si può rintracciare il senso degli accadimenti del presente, conduce Igort a realizzare splendide tavole che aprono squarci nel passato, come quelle che raccontano la vita di Al Mansur – monaco benedettino giunto nel Caucaso come missionario, che nel 1875 lanciò la sua sfida contro la Russia degli zar – e di Shamil Basaev – leader indipendentista ucciso nel 2006 a 41 anni nel suo rifugio segreto in Inguscezia –, cioè due personaggi di spicco della storia cecena di ieri e di oggi, e quelle che fanno riferimento a due titani della storia russa come Tolstoj e Dostoevskij, di cui viene messo in rilievo il loro rapporto con la guerra e con il potere. Ma sopratutto Igort partecipa umanamente al dolore della gente che incontra, quasi a seguire la lezione della Politkovskaja, di cui riprende molte frasi, tra cui questa ci sembra forse la più significativa:

«Vedo che le persone vogliono cambiare la propria vita per il meglio, ma non sono in grado di farlo. E per darsi un contegno seguitano a mentire a se stesse. Per il mio sistema di valori questa è la posizione del fungo, che si nasconde sotto la foglia. Lo troveranno comunque, è praticamente certo, lo coglieranno e mangeranno. Per questo, se si è nati umani, non bisogna comportarsi da funghi» (Igort 2011, p. 57).

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Grande clamore ha suscitato il reportage di Zerocalcare Kobane calling. Facce, parole e scarabocchi da Rebibbia al confine turco-siriano, uscito su «Internazionale», che ha esaurito in pochissimi giorni la prima tiratura. Realizzato quasi per caso («io non ero andato a Kobane per fare un reportage. Ci sono andato per solidarietà. Poi ho provato a unire le due cose», ha dichiarato Michele Rech in una intervista, 2015, p. 16), questo storione – così lo definisce il suo autore – il cui titolo è un omaggio ai Clash di London calling, è il resoconto ‘onesto’ di un’esperienza ‘al limite’, quella di un inviato tutto particolare in una war zone, divenuta il centro del mondo: «il centro di tutte le contraddizioni e i conflitti del mondo globalizzato. Dove gli americani bombardanomanontroppo, la Turchia stanellanatomainrealtà aiutalisiscontroicurdi, c’è una società musulmana che ha fatto dellaliberazionedelladonna la sua bandiera e che combatte da sola unaltrasocietamusulmanachehafattodelloppressionedigenereereligione la sua» (Zerocalcare 2015, p. 59).

Kobane calling è un racconto tripartito in un prologo formato da due tavole che colloca il lettore nel mezzo della città siriana, un lungo flashback che riprende la vicenda dall’inizio per rispondere alla domanda «come cazzo ci sono finito qua?» e un finale che ci riconduce alla situazione di partenza. Una narrazione classica, dunque, qua e là frammentata da gag che stemperano, come sempre in Zerocalcare, la drammaticità dei fatti. A rendere quanto mai efficace questo lavoro è il punto di osservazione ‘interno’: la realtà di Kobane è restituita attraverso gli occhi, le nevrosi, i dubbi, le difficoltà oggettive di Zero. Non a caso, il graphic reportage alterna vignette dal realismo quasi documentario, naturalistico, direi, a passaggi propri della strip, a rendere al meglio l’assurdità della situazione. Una situazione solo apparentemente lontana. Infatti colonna sonora delle ultime pagine di Kobane calling è la canzone L’Oltretorrente del gruppo punk Atarassia Gröp, in cui si ricorda la resistenza degli abitanti del quartiere parmense davanti all’avanzata degli squadristi di Balbo. Il che equivale a dire che la storia di questa città, ai confini tra Siria e Turchia, è un po’ anche la nostra storia:

«Se anche stanotte durasse cent’anni staremo svegli abbracciandoci al buio, il nemico è alle porte della nostra città. Se anche stanotte durasse cent’anni staremo in piedi abbracciati ad un sogno che ha una scritta sul volto: da qui non si passerà» (Zerocalcare 2015, pp. 73-74).

In Italia ha conseguito con merito un ruolo di spicco nell’ambito del graphic journalism la casa editrice padovana BeccoGiallo, che, partita nel 2005 con una collana dedicata alla cronaca nera italiana (al primo volume, Unabomber, ne sono seguiti altri dedicati alla Banda della Magliana, al Mostro di Firenze, al Massacro del Circeo, solo per citare alcuni), ha progressivamente allargato il proprio raggio di interesse e di azione, estendendolo alla cronaca storica (da Piazza Fontana alla Piazza della Loggia, dalla strage di Ustica agli omicidi di Mafia, dal delitto Pasolini all’affaire Moro), alle biografie (tra cui quelle di Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Giovanni Falcone, Adriano Olivetti) e a lavori d’inchiesta sul mondo dei migranti e sulle periferie del mondo.

«Con carta e matita – osserva Guido Ostanel, fondatore e direttore editoriale con Federico Zaglis, BeccoGiallo, entrata a far parte dalla fine del 2011 nella galassia Fandango di Domenico Procacci –, se voglio, posso fare un’inchiesta; nella sua povertà il linguaggio del fumetto è paradossalmente molto potente. È costruito a partire da una serie di segni, iconici e verbali, che interagiscono fra loro su più livelli, descrittivi e simbolici. Offrendo al lettore ‘testi comunicativi’ potenzialmente ricchi, complessi, efficaci» (Fasiolo 2012, p. 77). Testi che obbligano il lettore ad una partecipazione attiva, ad un lavoro di co-costruzione e di co-interpretazione del testo, balloon dopo balloon, vignetta dopo vignetta, sequenza dopo sequenza. «Per questo il linguaggio del fumetto è un mezzo che può occuparsi anche di giornalismo. Non in maniera migliore o peggiore di altri linguaggi, beninteso, ma in modo diverso» (ibidem).

Nel ricco e variegato catalogo della BeccoGiallo spiccano, tra gli altri, due volumi dedicati ad altrettanti fatti topici del Genova G8, quali l’assalto alla scuola Diaz e la morte di Carlo Giuliani. Si tratta di due varianti del giornalismo disegnato, l’una che punta su effetti di realismo e obiettività, cioè sul modello dossier, l’altra che opera una commistione tradizionale tra giornalismo e narrazione finzionale.

In Dossier Genova G8. Il rapporto illustrato della procura di Genova sui fatti della scuola Diaz (2008) gli autori Gloria Bardi, sceneggiatrice, e Gabriele Gamberini, disegnatore, nel raccontare quella che Amnesty International ha definito «la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale», hanno optato per l’illustrazione di un ‘documento ufficiale’, il rapporto della procura di Genova sulle azioni e i comportamenti dei poliziotti che la sera del 21 luglio 2011 hanno fatto irruzione nella scuola Diaz, per percuotere e torturare quanti – manifestanti, giornalisti, medici, infermieri e avvocati – in quei locali dormivano (62 i feriti tra gli ospiti della Diaz, 28 i ricoveri, 3 le prognosi riservate). L’illustrazione dunque di un documento di parte, quello dell’accusa, ma anche l’illustrazione di un documento ‘tecnico’, di cui «si è scelto […] di rispettare l’originalità […] anche dal punto di vista linguistico, nel tentativo di rendere integralmente l’autenticità del lavoro svolto dai magistrati», come sottolinea la Bardi nella premessa al volume (Bardi e Gamberini 2008, p. 7). Non a caso, gli autori utilizzano come didascalie stralci della Memoria dei magistrati – evidenziati con il font typewriter a dare l’effetto da macchina da scrivere – e inseriscono frammenti tratti dal materiale fotografico e di quello video che la corredano. Ma Dossier Genova G8 contiene anche duplicati di articoli apparsi sul «Secolo XIX» e su «la Repubblica» (pp. 13-14); la fotocopia delle piantine della scuola Diaz Pertini (p. 56); testimonianze delle vittime, inserite nelle nuvolette a commento delle scene disegnate nelle vignette, a fungere da corrispettivo della voice over cinematografica, insieme alle dichiarazioni degli uomini delle forze dell’ordine imputati; e poi un ricco apparato paratestuale che completa le vignette con note informative. Su tutto però dominano i disegni di Gamberini, sempre dettagliati nella visualizzazione dei volti e delle figure, mentre nella resa grafica degli spazi una cifra quasi fotografica (che ricorda le celebri tavole di Walter Molino per «La Domenica del Corriere») si alterna ad una, per così dire, astratta, non caratterizzata. Si pensi ai momenti in cui i manifestanti, inermi, stanchi e assonnati, vengono ‘pestati’ dalle forze dell’ordine: ad esempio, nel racconto di Melanie J, cittadina tedesca di 27 anni, uno sfondo oscuro e indifferenziato fa correlativo oggettivo al vuoto mentale e mnemonico della giovane donna successivo alle percosse (pp. 62-63). E in questo accumulo di materiali il lettore non si smarrisce grazie ad un sistema di frecce, che a volte gli indicano il percorso da seguire nella tavola, a volte lo invitano a tornare indietro nel racconto per riflettere e per confrontare le versioni contrastanti, secondo il procedimento inquisitorio tipico della pubblica accusa in un processo penale.

Nel libro vi è un solo personaggio di fantasia. Si tratta di un poliziotto, che in questura scrive sotto dettatura il verbale ufficiale, riflettendo sulle varie anomalie, incongruenze e falsità che lo caratterizzano: in primis il ‘falso’ ridicolo e grottesco del ritrovamento delle due bottiglie Molotov («da quando i reperti si toccano senza guanti?», «mi chiedevo: sono rimaste lì in mezzo con quel po’ po’ di andirivieni?» ragiona tra sé e sé a pag. 99), e poi la scomparsa del fantomatico aggressore, le presunte attività illegali nella scuola denunciate dagli inquirenti, la dimensione degli oggetti scagliati, la loro non attribuzione ad personam (– Né proprietari né luoghi né circostanze. Agente, lei pensi a scrivere e la faccia finita col manuale del bravo poliziotto!» – «Nessun identificato? Eppure negli zaini c’erano i documenti!»: p. 76) e il loro ‘fittissimo lancio’ («io voglio capire l’entità di questo lancio di oggetti»: p. 42; solo dimostrando l’esistenza di un fittissimo lancio di oggetti si poteva sostenere, da un punto di vista giuridico, la riferibilità della condotta criminosa alla collettività degli arrestati). Che si tratta di una concessione narrativa è sottolineato peraltro nella penultima tavola del fumetto, dove il poliziotto dichiara esplicitamente di essere l’unico personaggio di questa storia che non esiste («Il capo ha ragione … Io sono fortunato. Non perché posso dormire … Ma perché io in questa storia … sono l’unico personaggio … che non esiste»: p. 118).

Carlo Giuliani. Il ribelle di Genova (2011), scritto da Francesco Barilli e disegnato da Manuel De Carli, si concentra invece su quello che a tutti gli effetti può essere considerato un delitto di Stato, l’omicidio di Carlo Giuliani, avvenuto alle 17.27 del 20 luglio 2001 in Piazza Alimonda a Genova. Attraverso un puntuale lavoro di inchiesta portato avanti attraverso la raccolta di testimonianze e di fonti di prima mano (ricordi degli amici, poesie e biglietti scritti dal ragazzo), gli autori mirano ad oltrepassare l’immagine fissata dalla celebre foto dell’agenzia Reuters, nella quale si vede il ragazzo di spalle con la testa coperta dal passamontagna e un estintore sollevato sulla testa, mentre dal lunotto posteriore di una camionetta dei carabinieri spunta una mano che impugna una pistola. La morte di Carlo è l’unico fatto avvenuto nel Genoa G8 ad essere rimasto fuori dall’aula di un tribunale: non a caso il sottotitolo del libro è la citazione di una lettera, datata 15 febbraio 2003, indirizzata dal subcomandante Marcos al Movimento italiano in occasione della mobilitazione del mondo pacifista contro la guerra in Iraq, in cui il rappresentante dell’Esercito zapatista di Liberazione Nazionale invitava a non fare del cinismo «una nuova religione» e a non dimenticare.

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Barilli e De Carli non caratterizzano Carlo Giuliani come un eroe, ma lo descrivono come un ragazzo normale, inserito in una famiglia che lo amava, con i suoi affetti, i suoi sogni, le sue velleità. Al contrario del Dossier Genoa G8, Carlo Giuliani. Il ribelle di Genova rielabora in chiave narrativa il materiale documentario raccolto. E questo già a partire dal prologo che ci mostra Carlo mentre si arrampica sugli scogli della costa ligure, per poi tuffarsi in mare. Sono tavole prive di nuvolette, il cui ‘silenzio’ è interrotto da didascalie dove scorrono frasi tratte dall’ultima lettera scritta alla madre da un partigiano in attesa della pena capitale. Sono parole che lo stesso Carlo aveva letto, ancora adolescente nel 1995, nel corso di una diretta che una televisione privata genovese realizzò per ricordare la strage nazista del Turchino. È questo il punto di partenza di un percorso che si snoda in sette capitoli e un epilogo; stazioni che vedono succedersi i principali testimoni della vita di Carlo, vale a dire i suoi familiari, la cui identificazione con il ragazzo è sottolineata da scelte visive fortemente simboliche: ecco Elena, la sorella, indossare il passamontagna usato dal fratello per proteggersi dai gas lacrimogeni; ecco la madre Heidi reggersi al bocchettone dell’estintore; ecco il padre Giuliano maneggiare – come anche la moglie e la figlia – il rotolo di nastro adesivo che Carlo portava infilato nel braccio. Si sviluppa così un doppio registro narrativo: da un lato l’immediatezza delle storie di vita e l’emozione delle immagini, corredate dalla presenza delle poesie scritte da Carlo e dalle sue cartoline dalle vacanze, dall’altro la ricostruzione analitica dei fatti, dalla scelta di Genova come sede del G8 alle pretese di Silvio Berlusconi riguardo la gestione della cosiddetta zona rossa, dalle manifestazioni pacifiche organizzate dal movimento no global del Genoa Social Forum agli assalti indisturbati dei Block Bloc. Questa ricchezza di toni e contenuti rende Carlo Giuliani. Il ribelle di Genova un’opera importante, capace di raccogliere – come scrive Chiara Ingrao nell’Introduzione del libro – la sfida del revisionismo, cioè della «riscrittura della storia, da quella recentissima a quella di 40, 60 o perfino 150 anni fa, come strumento di lotta politica» (Ingrao 2011, pp. 8-9).

Testi citati

Guy Delisle, 2008, Cronache birmane, Fusi Orari, Roma.

-, 2012, Cronache da Gerusalemme, Rizzoli Lizard, Milano.

-, 2003, Pyongyang, Fusi Orari, Roma.

Igort, 2010, Quaderni ucraini. Memorie dai tempi dell’URSS. Mondadori, Milano. Riproposto da Coconino, Roma, 2014.

-, 2011, Quaderni russi. La guerra dimenticata del Caucaso, Mondadori, Milano. Riproposto da Coconino, Roma 2015.

Joe Sacco, 2006, Goradze area protetta, Mondadori, Milano.

-, 2006, Palestina. Una nazione occupata [1993-95], Mondadori, Milano.

, 2010, Gaza 1956. Note ai margini della storia [2009], Mondadori, Milano.

-, 2012, Reportages, Mondadori, Milano.

-, 2014, La Grande Guerra, Rizzoli-Lizard, Milano.

Aleksandar Zograf, 1998, Diario [1996], Centro fumetto Andrea Pazienza, Cremona.

-, 1999, Lettere dalla Ser­bia. Un fumettista sotto le bombe, Punto Zero, Bologna.

-, 2011, Segnali 2011, Coconino/Fandango, Roma.

-, 2010, Storie in giro per lo spaziotempo, Coconino/Fandango, Roma.

Zerocalcare, 2015, Kobane calling, «Internazionale», 1085, 16 gennaio 2015, pp. 33-74.

Gloria Bardi e Gabriele Gamberini, 2008, Dossier Genova G8. Il rapporto illustrato della procura di Genova sui fatti della scuola Diaz, BeccoGiallo, Padova.

Francesco Barilli e Manuel De Carli, 2011, Carlo Giuliani. Il ribelle di Genova, BeccoGiallo, Padova.

Massimiliano Clemente, Intervista a Joe Sacco, in «Komix.it», http://www.komix.it.

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Piero Melati, La mia matita è volata a Kobane, in «il Venerdì di Repubblica», 6 febbraio 2015, pp. 14-17.

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