Tito Faraci, La vita in generale

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Quando si chiede a qualcuno come va “la vita in generale”, ci si riferisce a quel complesso di cose ovvie, quotidiane che sembrano marginali rispetto all’argomento del giorno: per esempio, avere famiglia e amici, un tetto sotto cui dormire, qualcosa da mettere nel piatto. Esse invece sono il centro di tutto, anche se della loro importanza e della loro centralità ci si accorge solo quando le si perde. E perderle equivale a morire. È quanto capita a Mario Castelli, detto appunto il Generale, manager di successo di una azienda tessile, sprofondato velocemente nel baratro a causa di una bancarotta fraudolenta, di cui è stato responsabile quello che riteneva il suo amico migliore e fidato. Dopo la detenzione, egli sceglie di sparire dal mondo, optando per la “non vita” del clochard, vivendo nei pressi della Stazione Centrale di Milano, insieme a un piccolo manipolo di freaks, i quali gli riconoscono quella autorevolezza e quella capacità di leadership che aveva nella vita precedente. Come in ogni romanzo fondato sul tema della seconda possibilità, tanto ricorrente nel cinema e nella narrativa nordamericani, un giorno al Generale si presenta l’occasione del riscatto  nelle vesti della giovane e bellissima Rita, nella quale rifulgono i lineamenti del suo primo e indimenticato amore, Annalisa, di cui è la figlia. La ragazza vorrebbe salvare l’azienda paterna dalle fauci di uno Squalo dell’alta finanza: sa, grazie ai racconti della madre, che il Generale ha le competenze e la tempra per aiutarla in questa complicata impresa. Sarà per l’uomo l’occasione di uscire dall’inferno e di vendicarsi come un novello Conte di Montecristo. Continua a leggere

Sagnet e Palmisano, Ghetto Italia

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Quattro anni fa – era il 2012 – Yvan Sagnet in Ama il tuo sogno. Vita è rivolta nella terra dell’oro rosso (Fandango), raccontava lo sciopero dei braccianti africani di Nardò, che nell’estate del 2011 decisero di incrociare le braccia e non raccogliere più i pomodori per 3 euro a cassone. Quella protesta, durata circa un mese e sostenuta dalle associazioni, dalla Flai e dalla Cgil, diede un decisivo contributo all’introduzione nel codice penale italiano del reato di caporalato (intermediazione illecita di manodopera). In quel libro, curato da Alessandro Leogrande, autore, tra l’altro di un importante reportage sui desaparecidos polacchi nel triangolo del pomodoro vicino Foggia, significativamente intitolato Uomini e caporali, Sagnet sottolineava come in Italia il sistema dei campi di lavoro fosse appositamente studiato per «togliere ai braccianti anche l’ultimo scampolo di umanità», mentre nel proprio paese d’origine, il Camerun, la dignità dell’uomo era sacra, a tutti i livelli della scala sociale. Oltre a ciò, il giovane leader della protesta, approdato poi al sindacato, evidenziava le mille difficoltà di quella lotta mai combattuta prima contro un sistema criminale quanto mai articolato, favorito nella sua azione dal fatto di muoversi in un contesto sociale segnato dall’indifferenza e dal razzismo. Continua a leggere

Parise 2 / «Il rimedio è la povertà»

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[Goffredo Parise, a partire dal 16 gennaio del 1974, tiene sulla seconda pagina del «Corriere della sera», una rubrica dalla cadenza quattordicinale (ogni domenica a settimane alterne con Natalia Ginzburg), intitolata Parise risponde. Si tratta di un dialogo con i lettori intorno ai temi peculiari del dibattito socioculturale di quegli anni, quali, ad esempio il divorzio, l’aborto, il sesso, la pornografia, fino al consumismo. Ecco di seguito uno degli articoli più celebri di questa serie: Il rimedio è la povertà, uscito sulle colonne del quotidiano milanese il 30 giugno 1974].

Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.

Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”. Continua a leggere