Sagnet e Palmisano, Ghetto Italia

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Quattro anni fa – era il 2012 – Yvan Sagnet in Ama il tuo sogno. Vita è rivolta nella terra dell’oro rosso (Fandango), raccontava lo sciopero dei braccianti africani di Nardò, che nell’estate del 2011 decisero di incrociare le braccia e non raccogliere più i pomodori per 3 euro a cassone. Quella protesta, durata circa un mese e sostenuta dalle associazioni, dalla Flai e dalla Cgil, diede un decisivo contributo all’introduzione nel codice penale italiano del reato di caporalato (intermediazione illecita di manodopera). In quel libro, curato da Alessandro Leogrande, autore, tra l’altro di un importante reportage sui desaparecidos polacchi nel triangolo del pomodoro vicino Foggia, significativamente intitolato Uomini e caporali, Sagnet sottolineava come in Italia il sistema dei campi di lavoro fosse appositamente studiato per «togliere ai braccianti anche l’ultimo scampolo di umanità», mentre nel proprio paese d’origine, il Camerun, la dignità dell’uomo era sacra, a tutti i livelli della scala sociale. Oltre a ciò, il giovane leader della protesta, approdato poi al sindacato, evidenziava le mille difficoltà di quella lotta mai combattuta prima contro un sistema criminale quanto mai articolato, favorito nella sua azione dal fatto di muoversi in un contesto sociale segnato dall’indifferenza e dal razzismo.

Sempre per i tipi della Fandango, Sagnet torna in libreria con il reportage narrativo Ghetto Italia. I braccianti stranieri tra caporalato e sfruttamento, accompagnato in questa occasione dal sociologo e scrittore Leonardo Palmisano, di cui ci piace ricordare almeno il romanzo Trentaquattro e le inchieste La città del sesso e Dopo di lui. Cosa sarà dell’Italia dopo Silvio Berlusconi. È appunto Palmisano l’io narrante, nonché protagonista del libro, visto che è lui, a volte accompagnato da Sagnet, a volte solo, a girare l’Italia da Sud a Nord, mostrando come si sia creato nella penisola un vero e proprio arcipelago di ghetti concentrazionari. Qui vivono in condizioni subnormali migliaia di braccianti stranieri, ridotti in condizioni di semi-schiavitù dal ferreo sistema del caporalato. Un sistema, si legge nel libro, «fondato sul ricatto, sullo sfruttamento, sull’indebitamento e sull’impoverimento dei piccoli contadini»: «dopo essere stati condotti in Italia a pagamento, questi giovani braccianti si muovono dentro il territorio nazionale secondo la volontà dei caporali, colmando a bassissimo costo un vuoto rilevante del lavoro in agricoltura». Siamo dinanzi, sottolineano gli autori, a un vero e proprio proseguimento della tratta dei migranti sul territorio nazionale, con una massa di disperati che vanno ad affollare degli insediamenti, la cui nascita e sviluppo segue più o meno sempre lo stesso schema: «occupazione di strutture abbandonate, accampamenti simili a tendopoli intorno agli stessi, condizioni di vita precarie, terribilmente vicine a quelle delle peggiori bidonville peri urbane del Centrafrica». Il più noto di questi, il cosiddetto “Gran ghetto” di Rignano Garganico, arriva a ospitare all’apice della raccolta di pomodori in estate, fino a mille persone, che arrivano a percepire un salario di 25-30 euro al giorno, una paga del cinquanta per cento inferiore a quella stabilita dai contratti nazionali.

E pensare che questi inferni si trovano a volte – è il caso del Salento – a pochi chilometri di distanza dalle zone più eleganti e più frequentate dai turisti: così «mentre sulle spiagge salentine i falò illuminano le notti dei turisti, poco lontano piccoli focherelli fungono da fari per centinaia di braccianti raccolti nello spazio di qualche chilometro quadrato» (e proprio per tutelare gli aspetti più fashion e cool della zona, la politica e l’imprenditoria locale tendono a minimizzare, se non a negare l’esistenza del fenomeno). Oppure i ghetti si sono installati in zone ricchissime di storia, come la Venosa di Orazio, la quale insieme a Palazzo San Gervasio e Boreano, costituisce un ‘triangolo nascosto’, che offre alle organizzazioni criminali una serie di luoghi completamente isolati, ideali per nascondere un sistema organizzatissimo e controllatissimo: un vero e proprio panottico, dominato da un capo assoluto, come il feroce Adama.

Quello del caporalato è un Sistema piramidale, fatto di «sfruttatori e affitta baracche, sopra di loro i caporali veri e propri, ancora sopra i grossisti italiani. In cima alla catena, apparentemente all’oscuro di tutto, il sistema agroalimentare in tutto il suo menzognero splendore». Un Sistema capace di controllare la vita di una popolazione tanto numerosa quanto “invisibile”. O meglio invisibile alle statistiche delle assunzioni in agricoltura, come fa l’ultimo rapporto Flai-Cgil, ma ben visibile invece a quanti, ad esempio, percorrono in macchina le strade del Tavoliere d’estate, dove si osservano, oltre a una grande massa di prostitute, per lo più rumene e nigeriane, braccianti intenti a raccogliere il pomodoro, spesso in alternativa alle macchine: «Foggia – scrivono Sagnet e Palmisano – è il territorio dove si concentra il numero più alto di stranieri assunti in Puglia: quasi il sessanta per cento di tutti i lavoratori non italiani registrati dall’Inps, una cifra importante». Esiste dunque in Italia un sistema di apertheid, dove vive isolata una massa umana priva di tutto, in particolare del tempo. «Nessun orologio, nessun tempo libero, perché nessuno tra i nuovi schiavi è libero di usare il suo tempo: quel tempo, se mai lo hanno avuto, è stato rubato quando sono approdati in Italia. Il tempo che scorre nella clessidra e quello della stagione: il sole, il vento, la pioggia…». Del resto, il vero guadagno dello sfruttatori non risiede soltanto nella vendita del prodotto finale a costo contenuto, quanto dalla vendita alle popolazioni multietniche dei vari ghetti di beni e servizi, persino il sesso: «la mediazione da lavoro (la possiamo chiamare Mafia Caporale!) si regge sulla domanda di servizi originata dagli stessi migranti che sfrutta. È una tangente per restare in vita, per non ammalarsi, per non morire di sete, di fame, di stenti, di freddo sotto le stelle».

Naturalmente dietro ogni moltitudine si celano uomini e donne con un volto, un corpo, una storia personale. Gli uomini e le donne che Sagnet e Palmisano incontrano nel corso del loro viaggio per l’Italia: dal polacco Karol a Lia, la rumena di Vittoria, dai bulgari di Borgo Mezzanone ai ragazzi di Rosarno e di Boreano. La loro unica risorsa per sopravvivere, cioè il proprio lavoro, è sempre più deprezzata da un contesto corrotto dalla troppa circolazione di denaro. Pur nella situazione disperata in cui versano, essi mantengono però un atteggiamento dignitoso e spesso sono in grado di operare analisi crude e ben più dettagliate della situazione italiana. Nel descriverli gli autori abbandonano l’habitus dello studioso e dell’analista, offrendo al lettore pagine efficaci e commosse, destinate a restare nella memoria e a farci domandare «cosa siamo, noi, se mangiando un mandarino a tavola, d’inverno, non sentiamo il sapore amaro della prigionia».

 

 

 

 

 

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