Tito Faraci, La vita in generale

img_2617

Quando si chiede a qualcuno come va “la vita in generale”, ci si riferisce a quel complesso di cose ovvie, quotidiane che sembrano marginali rispetto all’argomento del giorno: per esempio, avere famiglia e amici, un tetto sotto cui dormire, qualcosa da mettere nel piatto. Esse invece sono il centro di tutto, anche se della loro importanza e della loro centralità ci si accorge solo quando le si perde. E perderle equivale a morire. È quanto capita a Mario Castelli, detto appunto il Generale, manager di successo di una azienda tessile, sprofondato velocemente nel baratro a causa di una bancarotta fraudolenta, di cui è stato responsabile quello che riteneva il suo amico migliore e fidato. Dopo la detenzione, egli sceglie di sparire dal mondo, optando per la “non vita” del clochard, vivendo nei pressi della Stazione Centrale di Milano, insieme a un piccolo manipolo di freaks, i quali gli riconoscono quella autorevolezza e quella capacità di leadership che aveva nella vita precedente. Come in ogni romanzo fondato sul tema della seconda possibilità, tanto ricorrente nel cinema e nella narrativa nordamericani, un giorno al Generale si presenta l’occasione del riscatto  nelle vesti della giovane e bellissima Rita, nella quale rifulgono i lineamenti del suo primo e indimenticato amore, Annalisa, di cui è la figlia. La ragazza vorrebbe salvare l’azienda paterna dalle fauci di uno Squalo dell’alta finanza: sa, grazie ai racconti della madre, che il Generale ha le competenze e la tempra per aiutarla in questa complicata impresa. Sarà per l’uomo l’occasione di uscire dall’inferno e di vendicarsi come un novello Conte di Montecristo.

Intorno a questo personaggio, che funge da anello di congiunzione tra due mondi quanto mai agli antipodi, quello dei barboni – anche tra loro si chiamano così – e quello dell’alta finanza, Tito Faraci, nome di punta del fumetto seriale italiano, infaticabile creatore di storie per personaggi come Tex, Dylan Dog, Martin Mystère, Zagor, Brad Barron, Topolino, Paperino, Diabolik, passando per gli eroi Marvel Spider-man, Captain America e Daredevil, ha costruito La vita in generale (Feltrinelli), che possiamo considerare la sua prima opera letteraria ‘adulta’, visto che le sue tre precedenti Il cane Piero, avventure di un fantasma, Oltre la soglia e Death Metal erano indirizzate a un pubblico di ragazzi (la prima) e a un target ‘young adult’ (le altre due).

Strutturato in 68 brevi capitoli, a loro volta riuniti in due parti, il romanzo è ricco di riferimenti al mondo del fumetto, già a partire dalla splendida copertina di Paolo Bacilieri e dalla citazione in esergo di una celebre storia di Carl Barks, Zio Paperone e la Stella del polo («Ho finito proprio adesso di contare il mio denaro e non ricordo più il totale! Ci ho messo tredici anni a contarlo, ed è stato tempo sprecato! Sprecato!»). Aggiungiamo poi il personaggio del dropout Zagor, che divora i fumetti, limitandosi però solo a vedere le figure, l’enorme e forzuto ucraino che non parla italiano, il cattivo diaboliko con tanto di face-off finale e le onomatopee. Ma dal ‘suo’ mondo, Faraci importa ne La vita in generale il tono ilare e ‘leggero’, ricco anche di gag, ma non per questo superficiale, proprio del mondo disneyano dei paperi (le vicissitudini quotidiane dei clochard ricordano un po’ quelle di Paperino alla ricerca del cibo) e soprattutto la struttura narrativa dinamica e ricca di colpi di scena, tipica delle avventure a fumetti.

Al di là di questi aspetti, La vita in generale ha il merito di puntare l’attenzione senza alcuna retorica, su un mondo di ‘invisibili’, che vivono in una Milano, descritta con tratti efficacissimi, direi quasi alla Scerbanenco. Una Milano dove «tutti si perdono. I milanesi per primi». Una Milano dove «ci si rintana», dove «tutti trovano un posto per loro, alla fine. E dopo diventano troppo pigri o impauriti, o svagati o ciechi o sospettosi per andare oltre, per scardinare i percorsi della città diuturna, ma anche di quella notturna». Una Milano dai ritmi frenetici e implacabili, paragonabile com’è a una bicicletta: «te la ritrovi sotto il culo, e devi pedalare o cadere». Una Milano dominata dagli oligarchi dell’alta finanza, per i quali i parametri morali di Bene e Male sono lettera morta in nome dell’utilità e del profitto. E non è un caso che siano attratti dallo storytelling e che equiparino il loro lavoro alla creazione di una storia in cui naturalmente sono chiamati a svolgere una funzione determinante e demiurgica. E’ certamente questo il passaggio più interessante del romanzo. «I personaggi sono meglio delle persone. Fanno quello che devono fare. Lo fanno nel modo giusto, con precisione. Non sbagliano»: riflette tra sè il top manager Repetti, affascinato dalla struttura delle storie. A volte però – racconta Faraci – queste dinamiche narrative fondate su schemi precise, dove tutto deve avere una collocazione precisa, imposta da un narratore/dio dominatore e predatore possono essere scardinate da ‘persone’ spinte dall’amore e dal senso di giustizia. Ebbene sì: un altro ‘miracolo a Milano’ può succedere.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...