Il signor diavolo

Pupi Avati torna nelle sale cinque anni dopo il modesto “Un ragazzo d’oro”, con uno dei suoi lavori migliori: “Il signor diavolo”. Provincia veneta, Comacchio e dintorni, 1952, cioè un anno prima della tremenda alluvione del Polesine. Un furgoncino gira per le campagne per raccogliere campioni di urina di donne incinte, la povertà diffusa può indurre una giovane donna a mostrarsi nuda in cambio di un coniglio. Qui religione e superstizione si confondono (il regista bolognese è un credente che ha sempre avuto un rapporto dialettico con il cattolicesimo): un’ostia accidentalmente caduta a terra e calpestata può interrompere il rituale della prima comunione. Sono luoghi in cui la Democrazia Cristiana domina incontrastata. Tuttavia un terribile caso di cronaca può trasformarsi in una catastrofe politica, capace di investire anche i palazzi romani. Un ragazzino ha ucciso un suo coetaneo, ritenendolo, addirittura il diavolo, dal momento che ha una dentatura mostruosa, da vampiro e si dice di lui che proprio a morsi abbia abbia ucciso la sorellina ancora nella culla (del resto, “nella cultura contadina il diverso, il deforme vengono associati al demonio”, si dice nel film). 

La fotografia di Cesare Bastelli rende al meglio il paesaggio plumbeo, gotico appunto, in cui si sviluppa la storia. Intorno al protagonista Gabriel Lo Giudice, nel ruolo di un ispettore mandato da Roma, per chiarire i vari aspetti oscuri della vicenda, si muovono, una serie di personaggi interpretati da volti noti del cinema avatiano, tutti inquietanti ed ectoplasmici da Gianni Cavina ad Alessandro Haber, da Lino Capolicchio ad Andrea Roncato, da Chiara Sani a Massimo Bonetti. Su tutti Chiara Caselli, nel ruolo della potente signora veneziana, madre della giovane vittima: due scene che non si dimenticano le sue: un mix di dolore e furia vendicatrice.

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