Marriage Story

Già nel film, il quarto, che lo ha imposto all’attenzione del grande pubblico, “Il calamaro e la balena”, Noah Baumbach aveva messo in scena la crisi e la separazione di una coppia di intellettuali newyorkesi nella metà degli anni Ottanta, optando per il punto di vista dei loro due figli. E di conflitti familiari è pieno il suo cinema, compreso questo ultimo, bellissimo “Marriage Story”, dove però Baumbach, al contrario dei suoi titoli precedenti, non offre il ritratto di una famiglia bizzarra, disfunzionale, tutto sommato simpatica, ma un imparziale e profondo ritratto, una vera e propria radiografia, del disfacimento di un nucleo familiare, con le relative conseguenze e implicazioni.
Adam Driver e Scarlet Johansson abbandonano i costumi dei mega-franchise in cui sono impegnati (rispettivamente Star Ware e il Marvel Cinematographic Universe) per interpretare una giovane coppia con un figlio. Lui, Charlie, newyorkese, è il regista di una compagnia off-Broadway, di cui lei, Nicole, losangelina, è la prima attrice. Già starlette del cinema collegiale, con una sequenza cult in cui ha mostrato le tette, per amore del marito e dell’arte ha rinunciato alla fama e ai soldi delle grandi produzioni e si è trasferita a NY. Erano considerati una coppia perfetta, tutti i loro amici pensavano che mai si sarebbero lasciati. Invece hanno deciso di separarsi, forse perché hanno la sensazione di non essere più innamorati. Eppure sono legati da un sentimento profondo, si rispettano e si stimano, ma sentono che la loro vita non può continuare insieme.
All’inizio del film la loro relazione è già agli sgoccioli. Hanno deciso di separarsi e li troviamo da un mediatore matrimoniale nel tentativo di negoziare la loro separazione in modo amichevole e senza nuocere troppo al figlio. Tuttavia le loro buone intenzioni si scontrano con le regole del percorso legale alla base del divorzio. “Questo sistema premia i cattivi comportamenti”, dice Laura Dern nei panni della panterona avvocatessa divorzista di Nicole, Nora Fanshow. “Alla fine del processo vi odierete”, le fa eco Jay Marotta, Ray Liotta, il legale di Charlie. I due avvocati, istrionici e cinici, trasformano i loro clienti da attori teatrali ad attori della vita, costringendoli a recitare un ruolo preciso, quello del genitore ineccepibile vittima del coniuge. Tutto l’iter giudiziario del divorzio si fonda sull’aspetto performativo, che inchioda ognuna delle parti in causa a un ruolo, persino estraneo alla propria reale natura. Ma “Marriage story” non è solo un dramma sulle conseguenze del divorzio: il tono Bergman, suggerito già nel titolo, cede a volte il passo al tono Allen, grazie anche ai personaggi secondari, interpretati da caratteristi eccezionali, come Wallace Shawn, Alan Alda, e la Julie Hagerty dell’”Aereo più pazzo del mondo”, capaci di offrire momenti di grande ilarità. In magico equilibrio tra commedia e dramma, “Marriage Story” ha numerose scene da antologia. Ricordiamo tra tutte, la simulazione della testimonianza al processo, la visita della assistente sociale che deve assistere al pranzo di Charlie con il figlio, il formidabile monologo di Laura Dern (che mostra qui la stessa energia esibita in “Big Little Lies”, e Adam Driver, crooner improvvisato.
Un gran bel film.

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