E se poi ci svegliassimo negli Anni Venti?

(articolo apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno dell’11 dicembre 2020)

In una delle prime pagine della Signora Dalloway, capolavoro di Virginia Woolf pubblicato nel 1925 e ambientato, come è noto, in una giornata di giugno del ‘23, apprendiamo, sia pure implicitamente, che la protagonista è sopravvissuta all’epidemia di Spagnola del 1918. La scrittrice inglese consegna uno dei suoi personaggi più celebri alla storia della letteratura così, con addosso le cicatrici fisiche, ma soprattutto mentali di una pandemia. Allora la festa della signora Dalloway viene ad assumere un connotato meno frivolo, diventa dimostrazione di vitalità, voglia di tornare a catturare il quotidiano in tutti i suoi aspetti, anche quelli meno significativi. Sono, a ben guardare, quegli stessi segni che porteremo quasi sicuramente – chi più lievi, chi più gravi e profondi – con noi negli anni Venti del XXI secolo. 

È questo uno dei tanti giochi di specchi, rimandi e rimbalzi, assonanze e dissonanze, che animanoil nuovo libro di Paolo Di Paolo, Svegliarsi negli anni Venti. Il cambiamento, i sogni e le paure da un secolo all’altro, (Mondadori). Allo ‘spirito del tempo’ lo scrittore romano aveva dedicato un saggio Tempo senza scelte, uscito per Einaudi nel 2016: una riflessione su un contemporaneo, volto a impedire la scelta e l’autodeterminazione, favorendo al contrario l’apatia. In questo suo nuovo lavoro invece l’attenzione è focalizzata sui passaggi epocali, «quelli in cui il calendario dei fatti e quello dei sentimenti combaciano». Cosa rara. Lo evidenzia il Franz Werfel di Morte di un piccolo borghese, requiem in forma di racconto di un Impero austro-ungarico, ormai travolto dalla guerra, citato in epigrafe: «appartenere a due mondi, abbracciare con un’anima sola due epoche», è una condizione che tocca solo a poche generazioni.

Di fronte a un tempo in continua trasformazione, secondo Di Paolo, bisognerebbe comportarsi come l’ebreo polacco settantenne sopravvissuto all’Olocausto, protagonista del romanzo di Saul Bellow Il giardino di Mr. Sammler (1970): «addestrarsi», «essere sufficientemente forti per non rimanere terrorizzati di fronte agli effetti locali della metamorfosi». Coadiuvato dalle due assistenti virtuali di Amazon e di Apple, Alexa e Siri (ogni sezione del libro inizia con una domanda ‘esistenziale’ rivolta a loro: come stai?, quanti anni hai?), l’autore rimbalza, come «uno strano animale nel mezzo di una muta» (così si definisce), tra passato, presente e futuro, concepisce il libro come «corridoio spazio-temporale, uno spericolato tunnel da epoca a epoca». «Appassionato agli scrittori, agli artisti, alle loro vite», Di Paolo disegna un itinerarioche va, solo per citarne alcuni, dalsuo autore feticcio Piero Gobetti, cui ha già dedicato il romanzo Mandami tanta vita (2013) a Henry Miller, dallo scienziato pacifista Niels Bohr a Kiki de Montparnasse, al secolo Alice Prin, figura iconica della Parigi ‘ruggente’. E poi l’omaggio alla casa museo di Sigmund Freud, il viaggio a Merano nel segno di Kafka e quello sui luoghi di Thomas Mann, lo scrittore in fuga dal nazismo, che nelle cinquecento pagine di Considerazioni di un impolitico del 1918 aveva lodato lo spirito tedesco, rivendicandone la superiorità. Considerazioni in seguito ritrattate sia pure tardivamente, forse attribuibili a uno spirito del tempo, voglioso di un riscatto, dopo una sconfitta e una punizione giudicata eccessiva. Eppure, scrive Di Paolo, «un secolo dopo, lampeggiano intermittenti nel dibattito internazionale parole come identitarismo, sovranismo, nazionalismo. Non le avevamo archiviate?»

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