Atlantique

Opera prima della regista franco-senegalese Mati Diop, che lo ha sviluppato a partire da un suo corto del 2010, “Atlantique”, Gran Prix della Giuria a Cannes 2019, ha due grandi meriti. Innanzitutto quello di spostare il punto di vista dei fenomeni migratori dalla parte dei paesi d’origine e di mostrare una generazione, per lo più di venti/trentenni, costretta ad abbandonare il proprio paese natio alla volta di nuovi lidi, dove poter trovare un futuro migliore, anche se spesso partire equivale a morire. Il secondo di scegliere un registro narrativo originale, dove il realismo documentario, quello che caratterizza il primo segmento del film, cede il passo all’elemento fantastico, con una serie di riferimenti alla tradizione animistica e al folklore senegalesi, in particolare a quella legata ai djinn, cioè ai demoni della tradizione coranica, originatisi all’inizio dei tempi per volontà di Allah affinché lo adorassero. All’inizio di “Atlantique”, vediamo, come se fossimo in un film di Ken Loach, un manipolo di muratori avanzare una serie di legittime proteste: il responsabile del cantiere di un enorme grattacielo in costruzione a Dakar non versa loro il salario da ormai tre mesi. Così decidono di raggiungere la Spagna, attraversando l’Atlantico con un mezzo di fortuna. Tra loro c’è Suleiman, che ha una storia d’amore clandestina con la diciassettenne Ada, promessa in sposa a un ricco rampollo locale, che ha fatto fortuna in Italia. Il viaggio si conclude tragicamente: gli operai tornano sì a casa, ma come djinn. Prendono possesso dei corpi delle ragazze, trasformandole in creature cieche e vendicative. Tuttavia siamo lontani dall’horror politico, quello alla Jordan Peele per intenderci. L’ambiziosa opera prima di Mati Diop è una favola, in cui una variazione attualizzata di Romeo e Giulietta si fonde con il mito di Orfeo ed Euridice, per poi scontrarsi con il presente della crisi economica, dello sfruttamento del lavoro, delle sperequazioni sociali, e della tragedia delle migrazioni. Ne deriva un racconto allegorico, sospeso tra sogno, veglia e incubo, dove, nonostante qualche incertezza e semplificazione di troppo, lo sguardo dello spettatore è colpito da immagini di grande e dolorosa potenza, immagini di buio e di luce, dominate dalla maestosità enigmatica dell’oceano. Atlantico che non può nascondere e occultare quello che la politica e le cronache riducono a una cruda statistica, a un insieme indifferenziato di uomini, donne e bambini, che invadono porti e affollano centri di accoglienza. I dijnn, spiriti di uomini in corpi di donne, creatori di una umanità ancestrale e al tempo stesso ‘nuova’, ci ricordano che ogni naufragio è un avvenimento a sé stante, che pretende di essere sottratto all’oblio e di essere colto nella sua unicità.