Andrea Bajani, Dimora naturale

(versione più estesa dell’articolo pubblicato sull’«Immaginazione», 319, settembre – ottobre 2020)

Nella grande arca della letteratura, esseri umani e animali sono stati spesso compagni di viaggio e hanno condiviso destini paralleli. Ne sono testimonianza le innumerevoli presenze che da Omero in poi costellano la nostra storia culturale e che si declinano in numerose e complesse varianti polarizzate tra antropocentrismo ed ecocentrismo. Simili all’uomo e nello stesso tempo diversi, gli animali sono ciò che più lo ricordano per l’appartenenza allo stesso regno dell’essere e per il rapporto con la natura, tanto da assumere ora connotati antropomorfi ora caratteristiche misteriose e divine ora funzioni totemiche. Insomma quella dell’animale è una figura proteiforme, che, una volta manifestatasi nella memoria letteraria, ha acquisito, in virtù della somiglianza nella differenza, la funzione privilegiata di alter ego dell’uomo. Giorgio Agamben nel saggio L’aperto. L’uomo e l’animale (2002) osserva come la condizione ontologica umana può essere equiparata a quella di «un animale che ha imparato ad annoiarsi, si è destato dal proprio stordimento e al proprio stordimento. Questo destarsi del vivente al proprio essere stordito, questo aprirsi angoscioso e deciso, a un non-aperto, è l’umano». Per vivere «umanamente», l’uomo non deve annichilire lo spazio animale che gli compete, deve solo sospendere la condizione di aperto/chiuso, impadronirsene senza annientarla, custodirla.

La riflessione di Agamben viene in mente scorrendo le pagine del nuovo libro di poesia di Andrea Bajani, Dimora naturale, il secondo dopo Promemoria (2017). Si tratta di una silloge, anzi di un vero e proprio canzoniere composto da cinquanta ottave, che si discostano dalla grande tradizione dei cantari e dei poemi cavallereschi, attraverso la rinuncia alla rima: come è noto, nell’ottava toscana i primi sei endecasillabi sono a rima alternata, gli ultimi due a rima baciata, ma diversa da quella dei versi precedenti. L’esito è rappresentato da liriche dalla forma piana, essenziale e discorsiva, avvolte da un velo di ironia. 

Narratore con sguardo poetico o, se si preferisce, poeta con lo sguardo del narratore – si pensi ai racconti brevi della Vita non è in ordine alfabetico (2014), che hanno, non a caso, nei Sillabari di Goffredo Parise, il loro modello dichiarato  o alla scansione ritmica del racconto per ‘stanze’ del romanzo Un bene al mondo (2016) – Bajani dà vita in Dimora naturale a un bestiario formato da animali reali, raffigurati però spesso in gruppo, così da sottrarre loro materialità e corporeità: entità astratte, visioni fantasmatiche, capaci di modificare, dilatandola e/o restringendola, la percezione del vivere dell’uomo. Ridotto a «puro sguardo», scomparso nel paesaggio (35), il poeta passa in rassegna i felini dei documentari visti sullo schermo del computer (1), i cani che forse «prendono / i film per documentari sugli umani» (49), le «mosche dipinte / negli orinatoi» (3), gli uccelli che «da settimane fanno disegni sopra i tetti» (11), i lupi che «vanno dentro e fuori dalle / fiabe, vivono nel bianco della carta / e in quello della neve». E poi il falco, «di cui si rinvengono le ossa / nella fusoliera» (42), le «voraci papere del lago» (24), la zanzara che “ricompare” a fine anno (47) e i polpi, che «avrebbero il vantaggio / di un cervello non localizzato, distribuito dappertutto» (8). Fino ad arrivare all’uomo, il quale si ritiene superiore a ogni altra forma di vita, tanto da scambiare come un punto di forza quella che in realtà è una condanna: «l’inserimento del cervello dentro / il cranio» (30). 

L’uomo è una specie tra le altre. Trae conforto dall’entrare in farmacia, «negozio con dentro degli attrezzi / per riparare il dolore della specie» (37). Chi lo ha definito bipede, «era in malafede»: il suo «è soltanto equilibrismo», «una prodezza trattenuta», passata la quale, torna «a quattro zampe» (16) «Essere umani è solo una radura: / la paura riporta in un istante alla foresta dell’essere viventi» (28). Mentre è «proprio degli umani / credere al divino, mettersi a pregare, / pensarsi niente davanti all’universo», gli animali, privi di parola come sono, rendono materico il mistero della vita: per loro «finire nel presepe con Gesù bambino, / o dentro l’arca, è soltanto tempo perso» (41). A volte però uomo e animale condividono la stessa condizione di spaesamento, come il gabbiano che scambia «una palazzina anni cinquanta / per la propria dimora naturale», mentre è l’uomo a «ignorare / quanto dista il litorale» (13).

Così non resta che affidarsi alla poesia, «strazio vocale di ogni io» (5), capace di scuotere e persino distruggere schemi codificati e imposti: possederla è cosa non facile, trattandosi – si legge nella cinquantesima ottava, significativamente contrassegnata dal segno dell’infinito, al contrario delle precedenti, tutte numerate da 1 a 49, nonché preceduta e isolata da una pagina bianca – di «un asteroide disperso, non monitorato», visibile ad occhio nudo ogni imprecisabile numero di anni. Un asteroide che permette di interfacciarsi con le gioie e i misteri della vita, coglierne i nessi e raggiungere magari quella «gentilezza, che è senza / spiegazioni, non ha ratio»: «è un accadimento di natura, è come / un biancore che si spezza» (31).

Starnone: una “confidenza” per la vita

(articolo pubblicato su «A naso», dicembre 2019)

“L’amore, che dire, se ne parla tanto, ma non credo di aver usato spesso la parola, ho l’impressione, anzi, di non essermene servito mai, anche se ho amato, certo che ho amato, ho amato fino a perdere la testa e i sentimenti”. Inizia così il racconto del protagonista del nuovo romanzo di Domenico Starnone, Confidenza (Einaudi), Pietro Vella, napoletano, insegnante di lettere in un liceo della Roma degli anni Ottanta, assurto a una certa notorietà grazie a un piccolo saggio militante sul sistema Scuola. L’uomo intreccia una relazione con una studentessa universitaria, dieci anni più giovane di lui, Teresa Quadraro, che è stata una sua alunna brillante ed esuberante al liceo. Il loro è un rapporto turbolento, fatto di “reciproche umiliazioni” e “reciproche esaltazioni”, di separazioni e ricongiungimenti. Dura tre anni. Ma i “lacci” tra loro due non si sciolgono del tutto: la loro storia si muta in un “matrimonio etico” (così lo definisce Teresa), fondato sulla sorveglianza reciproca a distanza tramite uno scambio di lettere scritte (e questo anche dopo l’avvento delle e-mail: proprio come nella corrispondenza tra Marco e Luisa nel Colibrì di Sandro Veronesi), dal momento che la donna, destinata ad una carriera straordinaria di scienziata, si trasferisce in America. A ‘garanzia’ di ciò una “confidenza” fatta tempo prima, quando l’uno ha confessato all’altra e viceversa, la cosa più terribile che ricorda di aver fatto in vita: sappiamo che si tratta di una cosa indicibile, vergognosa per lui, triste per lei. Questo li terrà per tutta la vita sotto scacco reciproco. Se uno dei due sgarra, “l’altro ha il diritto di dire a chiunque: ora ti spiego io chi è veramente quest’uomo, chi è veramente questa donna”. Finita la storia con Teresa, Pietro si lega a Nadia, sua collega, professoressa di matematica con ambizioni frustrate di carriera accademica. La sposerà e da lei avrà tre figli. Lo ritroveremo ultrasettantenne, tranquillo pensionato, nonno e marito affettuoso ed “empatico”, in attesa, suo malgrado, di una prestigiosa onorificenza da parte della Presidenza della Repubblica.

Con Confidenza Starnone continua con la consueta grande raffinatezza di scrittura, il suo viaggio nel microverso dei sentimenti umani e delle relazioni tra le persone e aggiunge alla sua galleria il ritratto memorabile di un uomo “spaventato”, afflitto da un male oscuro, cui dà per ingannare, soprattutto sé stesso, spiegazioni etiche e sociologiche. Strutturato sulla base di tre racconti, ognuno con un punto di vista diverso, quello di Pietro, della figlia di lui, Emma, di Teresa, e con una forte ellissi temporale tra il primo e gli altri due, quando ritroviamo Pietro anziano, settantenne, felice nonno di numerosi nipotini, Confidenza nega l’oggettività della narrazione. La vita di Pietro, i suoi amori, le sue scelte, il suo sentirsi inadeguato (“non tolleravo niente che mi mettesse di fronte al fatto di non essere perfetto”), le difficoltà della vita matrimoniale, le invidie sul lavoro e in casa (Nadia, una volta frustrate le sue ambizioni lavorative, gli rinfaccia di essere un padre e un marito assente e di dovere parte del successo letterario a lei e ai suoi sacrifici), ebbene, tutti questi elementi assumono sfumature diverse a seconda che a raccontarli sia l’adorante figlia Emma, giornalista nevrotica, o la stessa Teresa, che nega o quanto meno sminuisce alcuni dettagli del “primo racconto”, quello di Pietro.

Quello che emerge è da un lato il fallimento di un legame basato sulla “confidenza”, sulla “pedagogia dello spavento”, invece che su quella dell’affetto, dall’altro la difficoltà di essere assertivi, l’incapacità di perseguire i propri obiettivi con passo sicuro e deciso: Pietro alla prima magagna, alla prima richiesta di “cedimento servile”, si tira indietro, si chiude nel silenzio. In altre parole, non riesce a vivere una vita all’unisono con il proprio desiderio. Da qui l’insoddisfazione e quel tarlo invisibile, che esige perentoriamente ascolto. Il desiderio crea tentennamenti, fa paura. Seguirlo non è proprio passeggiata, una cosa semplice, senza impedimenti. Davanti all’oggetto del desiderio ci si angoscia. Si è presi da dubbi, indecisioni. Quelli che affliggono Pietro, prigioniero di una ossessione senza rimedio. L’ossessione provocata da quella “lava di vita grezza che brucia vita fine”, da quella “eruzione che cancella la comprensione e la pietà, la ragione e le ragioni, la geografia e la storia, la salute e la malattia, la ricchezza e la povertà, l’eccezione e la regola”, cioè da quello che chiamiamo amore.

Carlotto, tra indizio e trasgressione

(Questo articolo è uscito sul «manifesto» del 17 luglio 2020)

Per festeggiare i suoi venticinque anni di scrittura (risale al 1995 il romanzo di esordio Il fuggiasco per i tipi della e/o) Massimo Carlotto ha accolto l’invito della casa editrice CentoAutori a raccogliere in volume sette racconti, scritti per lo più negli anni Duemila e apparsi in antologie e quotidiani, tutti poco conosciuti, un paio pressoché inediti. È nato così Variazioni sul noir, titolo che richiama quel procedimento compositivo, proprio del linguaggio musicale, in virtù del quale, come è noto, un elemento tematico di base viene trasformato in un qualcosa d’altro, che però mantiene con il modello un rapporto strettissimo di parentela. Concetto questo perfettamente applicabile alla ricchissima produzione di Carlotto, il quale ha sottoposto il genere noir a continue ‘variazioni’, ne ha piegato le convenzioni, fino a farle implodere del tutto, con l’intento di fornire una quanto mai efficace rappresentazione della caduta dell’umano all’interno di un contesto sociale, culturale e economico malato e sempre in balia dell’imprevedibile: narrare per lo scrittore padovano equivale a esplorare quegli spazi della trasgressione, della violenza e del segreto, che sfuggono alla logica del paradigma indiziario.

Nella scegliere le sue ‘variazioni sul noir’, Carlotto non ha seguito un criterio cronologico, ma piuttosto di contenuti. Non è un caso che il primo racconto del libro, Cuori rossi, scritto nel 2006, si concentri su quei temi da lui più frequentemente esplorati (basti pensare al ciclo dell’Alligatore), vale a dire il senso di sconfitta e di disadattamento rispetto all’oggi che pervade quanti hanno creduto nello spirito rivoluzionario dei movimenti degli anni Settanta, il dominio assoluto e incontrastato del denaro sulla vita e i cambiamenti psicopatologici determinati dalla routine carceraria, la propensione alla violenza sia mentale che fisica. 

Da fatti di cronaca prendono invece spunto due racconti poco noti dell’antologia. Si tratta di Cortonese Station, storia di un killer al servizio della mafia russa, che mentre è impegnato a Perugia nei preparativi di un ‘lavoro’, viene fermato e ripreso da una troupe giornalistica giunta in città per seguire il processo ad Amanda Knox. È un testo scritto su commissione del capoluogo umbro, che nel 2008 coinvolse quattro scrittori, tra cui Carlotto, per un volume, Nero perugino, a distribuzione gratuita. L’intento era quello di «scrostare dalla città le immagini morbosamente replicate e le parole surreali emesse laddove invece ingenuamente si presume venga distillata la realtà: sui giornali e nei telegiornali». Invece ne La donna giusta, pubblicato in Francia con il titolo Gaia nell’antologia À table!, curata da Laurent Lombard (2004), un brutale fatto di sangue entro le mura domestiche, mostra come la situazione economica sia alla base della possibilità di una coppia in crisi di affrontare o meno una separazione, con l’obbligo ad una convivenza forzata che può avere esiti devastanti.

Dalle pagine di Variazioni sul noir emerge la grande attenzione che Carlotto ha sempre riservato al mondo femminile. Lo testimoniano, tra gli altri, il fortunatissimo monologo della casalinga disperata di Niente più niente al mondo (2008), e il ciclo delle quattro Vendicatrici, che ha anticipato le storie di malaffare dell’inchiesta Roma Capitale. Ritroviamo qui la lesbica e sessualmente disinvolta commissaria Bernadette Bourdet di Respiro corto (2012), «brava e tosta quanto brutta», tanto da essere chiamata ironicamente B.B., nel racconto B.B. e il caso del poliziotto spagnolo, un noir investigativo apparso sul «Corriere della sera» nell’estate 2012. E le donne astute e spietate, come la Patrizia, che un tempo si chiamava Roberto, capace di incastrare l’esperto sicario ingaggiato per ucciderla (La presunzione), assetate di vendetta dopo il tradimento del proprio uomo (Champagne per due), lacerate nel corpo e nella mente dopo aver subito uno stupro (Zodiaco) sono invece al centro di tre ‘racconti crudeli’, apparsi per la prima volta in altrettante antologie curate da Tecla Dozio, libraia della Sherlockiana di Milano, figura di spicco del mondo della narrativa giallo/noir, grande esperta di letteratura di genere. A lei, scomparsa nel 2016, si deve il merito di aver fatto conoscere ai lettori italiani moltissimi autori stranieri e di aver dato la possibilità a molti italiani esordienti di pubblicare i propri romanzi e di affermarsi. Questo libro è anche un omaggio alla Signora del giallo